Fare spazio
Oltre la banalizzazione del decluttering: un percorso dialettico per sfoltire l’esistenza e reclamare lo spazio dell’Essere
Il termine “decluttering” è salito alla ribalta, negli scorsi anni, grazie alla popolarizzazione editoriale e televisiva di Marie Kondo, una consulente per la gestione degli spazi ideatrice del metodo KonMarie. Pur essendo radicata nelle forme di vita monastiche dei religiosi buddhisti e cristiani, tale pratica ha trovato nuova vita attraverso varie opere dedicate al self-help e alla crescita personale (oltre a Kondo, si possono citare Greg McKeown e Ryunosuke Koike), entrando a tutti gli effetti a far parte degli strumenti a disposizione di consulenti di lifestyle e coach.
Nondimeno, anche in queste declinazioni “laiche”, il decluttering – unitamente con i suoi cugini più stretti, l’essenzialismo e il minimalismo – ha preservato alcuni aspetti legati alla dimensione spirituale, quali la critica al consumismo, la povertà volontaria, le pratiche di concentrazione e gratitudine. “Avere poco”, in breve, non significa anche “essere poco”. Tutt’altro: nel decluttering il rapporto con gli oggetti, le attività lavorative e il tempo libero è sempre mediato da relazioni affettive. Come recita la catchphrase di Kondo: “se non sprizza gioia, allora è da buttare”. Quest’ultima, si potrebbe dire, non è altro che la banalizzazione pop di una specifica modalità di esistenza che (per citare Fromm) predilige l’Essere (rigorosamente maiuscolo) rispetto al fare e all’avere.
Il sistema di merci che ci circonda, ci compenetra e dà contorno e forma alla nostra identità personale, in quanto liberamente circolante è al centro di un’infinita catena di desideri, rappresenta la negazione della nostra stessa libertà e del nostro autentico desiderio.
Le possibilità insite nel decluttering sono già state ampiamente esplorate nei vari campi e attraverso lenti diverse. Abbiamo il decluttering degli spazi abitativi (il più diffuso e conosciuto dal grande pubblico), che si occupa di individuare ed eliminare gli oggetti superflui o non utilizzati. Abbiamo, poi, il decluttering del tempo lavorativo e di studio, grazie al quale si mira a ottimizzare l’efficienza e la produttività, in particolar modo abolendo i tempi morti e le attività ostacolanti. Vi è, infine, la radice più spirituale del decluttering, la quale si pone come obiettivo la rifinitura di ogni singolo aspetto della vita quotidiana, fino a ottenere una forma di vista tanto essenziale quanto soddisfacente. In tutti questi casi la matrice consiste nel tentativo di “fare spazio” alle cose e alle attività più rilevanti per un singolo e specifico soggetto (dal guardaroba alle strumentazioni, dal tempo libero alla preghiera).
Per presentare le differenti tipologie di decluttering ho intenzionalmente scelto un ordine scalare: dall’ambiente alla psiche, dalla materia allo spirito. Questo è, tipicamente, il genere di scalarità prediletto dal mondo occidentale. Eppure, non tutti sono disposti o orientati a percorrere tale sentiero in questo particolare ordine. Anzi, buona parte delle persone tende all’accumulazione di beni e attività per ragioni situate sul piano psichico-spirituale della scala. L’accumulatore compulsivo, il workaholic e il dipendente (da sostanze, affettivo, digitale e via dicendo), ad esempio, sono minati esattamente al vertice della piramide, negli affetti e nel nucleo stesso della sfera emotiva. Per tale ragione, il percorso che vado a presentare (e che sarà oggetto del laboratorio di questo mese e di altri a venire) si muove proprio secondo una traiettoria inversa. Dallo spirito all’ambiente – mantenendo una configurazione positiva e olistica dell’esistenza – andremo ad analizzare la rete relazionale biopsicosociale del soggetto.
Ci porremo, pertanto, il seguente interrogativo: quand’è che qualcosa è troppo? La risposta è altamente variabile e soggettiva.
Per sua stessa definizione, il “troppo” è definibile unicamente per via negativa e relazionale. Ci si accorge che qualcosa è giunto al punto di eccedenza perché ci trasmette sensazioni negative – e persino troppa felicità può diventare sgradevole. L’eccesso è un non-so-che che oltrepassa una soglia della quale non eravamo del tutto consapevoli o che non eravamo abituati a monitorare. Per questo non ci è immediatamente chiaro “a che punto” è cominciato a emergere il troppo.
Inoltre, non è possibile individuare il troppo senza addentrarsi in tutta una serie di considerazioni che non possono essere derivate né per via deduttiva né per via induttiva. Sarebbe a dire che non si tratta di una questione logica e neppure di un fatto statistico (benché il ragionamento e la raccolta dati possano aiutarci a individuare il contorno generale del problema). Dobbiamo sempre tenere in considerazione la singola persona, con la sua storia individuale, il periodo che sta attraversando, il suo ambiente quotidiano familiare e lavorativo, il suo tempo libero, la sua visione del mondo, le sue abilità, i punti di forza e le forme di felicità. Senza tutti questi fattori – e, probabilmente, parecchi altri – non saremo mai in grado di ricostruire il momento esatto in cui “qualcosa” è diventato “troppo”.
Esiste, tuttavia, un modo piuttosto semplice di cominciare a porre il problema. Questa è l’autentica strada aperta dal decluttering, riconsiderata dal punto di vista lucido e inesorabile del pensiero filosofico.
Per comprendere in maniera essenziale e non equivoca qual è il nostro “troppo” individuale, dobbiamo cominciare a configurare tre domini fondamentali dell’esistenza umana colta nella sua dimensione affettiva, pratica e operativa. Si tratta dei bisogni, dei desideri e del progetto di vita.
1) BISOGNI: Corrispondono a tutto ciò di cui necessito per continuare a esistere fisicamente e mentalmente e, soprattutto, per vivere bene. Gli insegnamenti stoici e taoisti ci hanno tramandato la semplicità ed essenzialità di tali bisogni fondamentali: bere, mangiare a sufficienza, dormire e avere un tetto sopra la testa. Il capitalismo, all’inverso, ci ha persuasi a espandere indefinitamente la nostra sfera dei bisogni – per poi privarci persino dei più basilari. La grande esperienza della psicoanalisi, dal canto suo, ci ha trasmetto l’idea che alcune attività, corrispondenti alle abilità e ai talenti personali, possono arrivare a gettare radici nel soggetto a tal punto da tramutarsi in bisogni: il bisogno dell’opera, dell’espressione, della sfida, della relazione e via dicendo.
Perciò, ritrovare la bussola nel caos dell’eccedenza significa sfoltire, fare una cernita dei nostri bisogni, individuare il nucleo vitale che ci consente di star bene ed essere felici.
2) DESIDERI: Al di là del paradigma consumista e delle proiezioni del sé mancante, i desideri rappresentano il cuore pulsante dell’Io. Sono mete, obiettivi, motivazioni e destinazioni che il soggetto si attribuisce in modo spontaneo e naturale, dettate dalle inclinazioni e dai talenti personali. Se si avverte, ad esempio, il bisogno di avere una stabilità quotidiana per poter lavorare serenamente alla propria opera, si avvertirà di certo il desiderio di portare a termine quest’ultima – e, forse, anche quello che tale opera venga riconosciuta dai propri pari, dalla critica o dalla storia. Se nella psicoterapia e nell’analisi del profondo la resistenza coincide con barriere inconsce che impediscono l’azione innovatrice, nel coaching la resistenza è un effetto di sponda o, meglio, l’ombra del desiderio. La mancata esecuzione dell’azione si dà ogni volta che quest’ultima non coincide con il desiderio personale. È per questo che protocolli, self-help e mindset non funzionano quasi mai, se non per qualche manciata di giorni.
La massima “Conosci te stesso”, oltre che nella definizione dei bisogni, si declina nella ricerca attiva di tali desideri. Ciò che non desidero attivamente per me stesso, solitamente, è alla radice di ogni eccesso e mina il mio stesso bene personale.
3) PROGETTO DI VITA: La scala maggiore del vettore di senso del Sé. Nella definizione del progetto di vita gioca un ruolo centrale l’individuazione della propria, specifica forma di felicità: cosa mi rende davvero felice, cosa mi fa star bene, mi induce soddisfazione, mi eleva e mi sospende in quel flusso al di là del tempo e dello spazio? A contrastare o favorire l’esecuzione del progetto vi sono la soddisfazione dei bisogni fondamentali e il perseguimento dei propri desideri. Ma vi è un nemico (o alleato) ancor più sottile: il paradigma, ossia la nostra specifica visione del mondo rispetto al problema che ci affligge e che ha dato origine al “troppo”. Individuare il paradigma fallimentare, disfunzionale o malfunzionante (e cambiarlo) è l’obiettivo specifico di ogni percorso di crescita personale, nonché di ogni percorso di coaching.
Il crollo paradigmatico è ciò che, all’origine e in maniera essenziale, fa sì che il soggetto si conceda al troppo, anziché concentrarsi sul progetto di vita. Il progetto di vita non può realizzarsi finché non si comprende fino in fondo quali sono gli ostacoli interni, le “minacce” che noi stessi ci poniamo.
Possiamo, pertanto, porre a noi stessi tre semplici domande, alle quali sarà necessario rispondere una per volta, in questa esatta sequenza:
1. QUALI SONO I MIEI BISOGNI FONDAMENTALI?
2. QUALI SONO I DESIDERI CHE MI ANIMANO, MI MOTIVANO E MI SPINGONO AD ECCELLERE IN UN CAMPO DELLA VITA?
3. QUALI SONO I MIEI PROGETTI DI VITA E COME POSSO REALIZZARLI?
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