MUNDUS

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S.T.O.P.!

Una pratica per riconquistare spazi di libertà vitale

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Claudio Kulesko
mar 13, 2026
∙ A pagamento

Non siamo fatti per essere felici

Il nostro cervello è un sistema integrato che agisce all’interno di una cornice più ampia, composta anche dal corpo e dalla mente. A sua volta, il corpo-mente è una macchina biologica incentrata su una sola e unica funzione: la sopravvivenza.

Mi sono più volte soffermato su questo aspetto, evidenziando come l’intero organismo sia il prodotto di un processo evoluzionistico (duranto milioni di anni e ancora in corso) del tutto incapace di comprendere idee astratte quali “amore”, “giustizia” e “felicità”. Si potrebbe anche dire che ciascuno di questi concetti – come hanno ben notato la neurobiologia e la psicologia evoluzionistica – sia radicato in una sorta di “doppelganger biologico”, che ne costituisce sia la matrice sia l’ombra. Il desiderio, l’invidia e la soddisfazione sono tre elementi dominanti della vita biologica, sottoposti alla “regola del pendolo” paventata dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer: tutti e tre oscillano di continuo tra i due estremi della gioia e del dolore. Sono tre stati di coscienza, mentre amore, giustizia e felicità sono tre processi nei quali il soggetto scopre il suo fondamentale protagonismo ontologico.

Avete mai provato a passare più e più volte davanti al cancello dietro il quale un cane furioso vi abbaia contro?

Quel che accade è che dopo tre, quattro, cinque volte che vi vede passare, il cane si abitua alla vostra presenza e vi configura come oggetti permanenti che fanno parte dell’ambiente – e non più come ombre che transitano fugaci sulla parete della caverna interiore.

Lo stesso accade quando si aiuta il cervello a processare più e più volte un certo stimolo. È il meccanismo dell’assuefazione. Un semplice nesso di causa ed effetto, che trova la sua massima applicazione attraverso le pratiche di consapevolezza. Solo divenendo consapevoli dello stimolo, della nostra risposta e della possibilità di assuefarsi a entrambi, diveniamo in grado di addomesticare il cervello. Dico “aiutare” perché l’autocoscienza si pone a un grado ontologico e funzionale superiore al cervello e al nostro intero corpo. E da ciò deriva anche un certo grado di responsabilità.

Possiamo riscrivere e persino riprogrammare i meccanismi che generano la nostra vita inconscia e non-esaminata: la default-mode network dalla quale emerge la nostra compulsione a rispondere in un certo modo al nostro capo, all* nostr* compagn* o a un ostacolo imprevisto.

Questo mese sarà interamente dedicato alle pratiche che ci aiutano ad aiutare il cervello a non reagire d’impulso e a cacciarsi nei guai.

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