La fallacia dell’arrivo
O di come ti sei adattat* alla mediocrità
Ti sei mai chiest* perché riponi così tanta fiducia nelle vacanze?
Senti mai di aver, in certa misura, sbagliato meta?
C’è una strana dissonanza tra come ti sentivi quando hai programmato il tuo viaggio e quando ti trovavi a tutti gli effetti lì, nel tuo viaggio?
Esiste uno stato mentale che definisce alla perfezione le aspettative e le speranze che hai riposto non solo in quel viaggio, ma anche nel percorso che hai scelto nella vita. Si tratta della cosiddetta “fallacia dell’arrivo”: l’immagine mentale di uno stato di cose desiderato, capace di incarnare non solo un’esperienza possibile ma l’immagine stessa della felicità.
Eccoci qua, nel posto in cui abbiamo così ardentemente bramato di essere. Una meta esotica, una città d’arte, una metropoli piena zeppa di locali notturni, un resort con piscina, una baita sperduta tra le montagne. Eppure. Eppure… tutto quello che abbiamo immaginato, persino le esperienze e le attività che siamo riuscit* a trasporre dalla fantasia alla vita reale, hanno la stessa risonanza emotiva di quando ammiriamo dei fiori in 4k in un documentario scientifico: massimo rendimento sullo schermo, piuttosto deludente dal vivo.
Odio dovertelo dire ma, per quanto ti sforzi di concettualizzare questo gap, non si tratta di un “difetto” del nostro universo. Questa partita si gioca a livello soggettivo, tra gli anfratti più profondi della tua mente subconscia.
Pensaci bene: è successo lo stesso quando sei uscit* con quella persona; quando hai fatto quella lezione di prova in palestra; quando hai mangiato per la prima volta in quel ristorante.
Le aspettative che nutrivi si sono rivelate nettamente superiori al risultato.
Questo perché erano le tue stesse aspettative a essere troppo alte. Anzi, fuori misura – più larghe, enormemente più larghe della vita.
Hai chiesto a una vacanza, a una persona, a un’attività di cura, a un ristorante di risolvere la tua intera esistenza: di liberarti dal tuo stress, dalle tue emozioni negative, dai tuoi pensieri intrusivi e dalla tua sofferenza.
Non decidiamo quasi mai quale sarà il nostro prossimo passo in base a ciò che il nostro corpo tenta (in tutti i modi) di comunicarci. Costruiamo progetti come castelli di carte e restiamo in attesa di un colpo di vento. E quando il vento arriva, non facciamo che livellare la nostra risposta a quel baratro. Dentro di noi pensiamo: “alla fine non era niente di speciale, no?”.
Ed ecco che la vita ci brucia tra le mani.
Anche questo fenomeno ha un nome: “adattamento edonico”, e descrive la nostra capacità innata – tramandata di generazione in generazione attraverso il DNA – di adattarci tanto agli eventi negativi, quanto a quelli positivi. Come tutti gli altri esseri viventi, siamo macchine progettate per tornare costantemente a uno stato base. Per dirla con Schopenhauer, “la vita è un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore, con intervalli fugaci e illusori di piacere e gioia.”
Ecco di cosa ero genuinamente convinto. Lo ero perché non avevo mai messo in questione la mia capacità di stare nel momento presente, di celebrare e soffrire nel possesso di tutte le mie capacità mentali, fisiche ed emotive. Mi abbassavo per ammirare il fiore più da vicino e sentivo, con tutto me stesso, che non sarebbe mai stato bello come quello che avevo visto in quel documentario. E accettavo fino in fondo questo stato di cose, come se fosse tutta la realtà.
Oscillavo di continuo tra l’aspettativa che il fiore mi rivelasse qualcosa di fondamentale su di me e sull’universo, una volta per tutte, e la lucida cognizione della sua – e mia – insignificanza.
In mezzo, un oceano di dolore.
Non solo la fallacia dell’arrivo ha il potere di rovinare da cima a fondo le tue esperienze. Essa possiede anche un’altra capacità, più sottile e più demoniaca: si espande a macchia d’olio attraverso la tua intera esistenza, avvelenandola come pesticidi con una falda acquifera. Delusa un’aspettativa, ci spinge subito a crearne un’altra, producendo serie di delusioni; catene di delusioni; file interminabili di pezzi di domino che collassano gli uni sugli altri, in una sequela interminabile di delusioni. Il nostro sistema sembra sempre pronto ad adattarsi, a rimettersi in piedi e a tornare a supplicarci di provare ancora qualcosa di nuovo. E, intanto, decine, centinaia di piccole cicatrici si imprimono sul nostro organismo.
Cosa farai quando la tua pelle sarà solo un immenso reticolato di ferite – la mappa leggibile delle tue delusioni?
Forse, arrivat* a questo punto, capirai che non c’è meta, persona, hobby o ristorante in grado di risolvere la tua vita.
Non è colpa tua, lo capisco alla perfezione. Anche io ero come te. Sono come te. Il mio intero percorso di vita era tarato su quel momento preciso: l’attimo in cui sarei stato finalmente realizzato, in cui avrei smesso di combattere e scalciare per un briciolo di conferma e accettazione.
Ma ecco che, a un certo punto, è arrivato qualcosa che ha totalmente rivoluzionato il mio modo di pensare. Non si è trattato di un’idea, di un concetto, di un altro essere umano, di un libro o di un’opera d’arte – anche se tutte queste cose hanno giocato un ruolo fondamentale nel giungere a questa rivelazione. È entrato nel mio campo percettivo in modo clandestino, inaspettato, quasi sleale.
Un cielo attraversato da immense nuvole. Il cinguettio degli uccelli. Il calore dei raggi solari sulla pelle. La bellezza di una sconosciuta che passeggia sul marciapiede. Il colore sfavillante di un’auto sportiva. Il sapore intenso di un dolce industriale. Il brivido sulla pelle prodotto da una goccia di pioggia gelata.
“Eccolo”, mi sono detto, “Ecco una cosa della vita; qualcosa che, in bene o male, fa parte integrante della vita”.
La realizzazione, piccolissima e quasi inafferrabile, che non c’è nulla al di là del momento presente; di come tutte queste cose non potevano giocare alcun ruolo nel risolvere i miei problemi; di come le uniche cose degne di essere risolte fossero le questioni concrete, urgenti, reali, non i miei traumi, le mie sfortune e le mie occasioni perse.
La pratica:
È questo che si intende per “non pensare”. Non un controllo rigido e incrollabile sull’idiotico flusso di parole e immagini della Mente Scimmia, ma la capacità (questa sì davvero incrollabile) di tornare, ogni volta che emergono un pensiero o un’immagine inutili, al respiro, a un oggetto-ancoraggio.
Sei in grado, quando si alzano le aspettative o il giudice interno insorge o la parte vulnerabile comincia a lagnarsi, di portare gentilmente la tua attenzione sul tuo respiro?
Fermati, fisicamente. Prendi un profondo respiro. Sentilo nel naso, nella gola, nel petto, nella pancia. Espelli l’aria e sentila compiere il percorso inverso, dalla pancia al bordo del tuo labbro superiore. È calda o è fredda? Fa il solletico? È un respiro lungo o corto? Che qualità possiede questo respiro – questo respiro che è del tutto unico e non è nessun altro respiro?
Ora espandi la consapevolezza all’ambiente attorno a te. Riesci a trovare anche solo una cosa bella? Non importa cosa credi, a livello intellettuale, che debba essere o non essere bello. Importa solo ciò che ritieni bello in questo preciso momento. Può trattarsi persino – come accade a Gesù in uno dei Vangeli Apocrifi – dei denti bianchissimi e bellissimi di una carcassa. O di un petalo di rosa gettato nel buco maleodorante di un bagno turco – come si racconta facesse il Marchese de Sade durante la sua prigionia. Non è un caso che l’abilità di saper trovare la bellezza anche nell’orrore e nel dolore, sia uno degli aspetti fondamentali della saggezza antica.
Prendi mentalmente nota di ciò che hai visto. Più tardi, quando hai modo di accedere a un quaderno, appuntalo tra le cose per le quali sei grat*. Fai in modo che siano almeno tre, e sforzati di ricordare quante più cose possibili.
Un giorno Gesù passò con i Suoi discepoli lungo una strada polverosa. Mentre camminavano, si imbatterono nel corpo senza vita di un cane, riverso al margine del sentiero. L’animale, morto da giorni, emanava un odore tanto nauseabondo da spingere i discepoli a coprirsi il volto e voltarsi con disgusto.
«Che lezzo spande questa carogna!», esclamò uno. «Com’è ripugnante alla vista e all’olfatto!», aggiunse un altro.
Gesù, invece, si fermò a osservare l’animale. Lo fissò con occhi pieni di compassione e disse: «Eppure, com’è bello il biancore dei suoi denti».



"Hai chiesto a una vacanza, a una persona, a un’attività di cura, a un ristorante di risolvere la tua intera esistenza: di liberarti dal tuo stress, dalle tue emozioni negative, dai tuoi pensieri intrusivi e dalla tua sofferenza." Punto centrale. Quando si comprende questo, il mondo si alleggerisce. Ad esempio, si intravede che la monogamia è una scelta (quando lo è) per certi versi coraggiosa per altri bizzarra.