Il nulla che fonda
Note sul male, la tristezza e la redenzione
Questo saggio, tradotto in sloveno, è apparso anche sul numero 61 della storica rivista Razpotjia.
Niente si esaurisce finché non ci ha insegnato
tutto quello che avevamo bisogno di imparare.
Pema Chödron
Gesù nell’orto certamente vive il dramma del proprio fallimento umano, ma allo stesso tempo sa che l’azione creatrice non può fallire, la lascia agire senza riserve, nella totale fiducia.
Antonella Lumini
0.
Se qualcuno dovesse chiedermi quale è stato il peggior momento che io abbia mai vissuto finora, non avrei alcun dubbio. Mi trovavo a lavoro – un lavoro che detesto e considero insignificante. Mi stavo allontanando da una conversazione sgradevole tenuta da una persona sgradevole; avevo solo bisogno di prendere un po’ d’aria, fumare una sigaretta, stare in silenzio. Un istante prima di imboccare la rampa di scale che mi avrebbe condotto in terrazza, però, qualcosa nella mia mente si è rotto. Sono crollato a terra, di fronte all’ascensore, tenendomi la testa tra le mani.
Era come se la mia coscienza si fosse improvvisamente divisa in due. Da un lato, c’era un’entità oscura che mi incitava a commettere una qualche pazzia, mi insultava e mi pervadeva con un insostenibile senso di impotenza e insignificanza. Dall’altro, il mio solito Io, che tentava in tutti i modi di arginare quella forza aliena, di resistere, di mantenere il controllo sul corpo e la mente.
Quel giorno ha avuto inizio il mio percorso psichiatrico.
Qualche mese dopo ho cominciato a frequentare un gruppo di mindfulness in un centro salute mentale. Per me è stata una vera e propria rivelazione. Non mi ero mai reso conto di quanto la mia esperienza di vita si fosse basata sul tagliare fuori tutto ciò che non riguardava gli obiettivi, i doveri e le responsabilità, al punto da essere arrivato a non sentire più la stanchezza, lo stress e le emozioni. Per tutti quegli anni mi ero semplicemente ignorato, avevo sacrificato me stesso in nome di concetti, ideali, valori e scopi parassitari. Capii, così, che gli stati di derealizzazione e dissociazione che attraversavo più e più volte al giorno, non erano altro che meccanismi di difesa automatici. Meccanismi profondamente funzionanti – dopotutto, mi avevano impedito di suicidarmi per più di tre decenni – ma anche profondamente disfunzionali.
Compresi sulla mia pelle, al di là della teoria, che il sistema biologico che chiamiamo organismo punta tutto sulla sopravvivenza, e che è totalmente disinteressato alla nostra felicità. È questo il secondo grado d’espressione del “gene egoista”, lo strato successivo a quello molecolare, dominato unicamente dal caso e dalla necessità. E, cosa più importante di tutte, avevo avuto la dimostrazione pratica del fatto che questi stessi meccanismi potevano essere individuati, manipolati e decostruiti tramite l’autoanalisi e le tecniche meditative. Solo Io potevo impedire a me stesso di morire; ancora meglio, potevo addirittura ricostruire il mio Sé da cima a fondo.
Avevo già avuto, in passato, l’impressione che le varie filosofie contemporanee del corpo e della relazione stessero sottovalutando un aspetto importante: l’autonomia dell’Io rispetto al proprio substrato materiale. Non è il caso di scendere troppo nel dettaglio. Per ora, basterà riflettere sulla nostra capacità di specie non solo di negare l’esistente ma, soprattutto, di pensare l’inesistente, l’astratto, il controfattuale, il paradossale, il meramente possibile. Mi sono reso pienamente conto di quanto fosse assurdo che tali capacità venissero bollate come errori, tentazioni della ragione che sarebbe meglio tenere sempre d’occhio. Il disagio della modernità si è palesato dinanzi ai miei occhi: l’identificazione del soggetto con il corpo, e la conseguente sottomissione di quest’ultimo a forze e tendenze impersonali di tipo sociale, economico, tecnologico e persino cosmico.
Dopo tanto, troppo tempo, mi ero risvegliato a un livello superiore: quello dell’autocoscienza che, finalmente, vede se stessa come terzo momento nell’incontro tra corpo e coscienza.
Quanto ero stato sciocco a credere che l’Io non fosse nulla – che meritasse solo di essere schiacciato, di estinguersi e svanire per sempre. È arrivati a questo punto che ci si rende conto che la tristezza non è né uno strumento di elevazione né una colpa, ma un errore; che ogni singolo ente, ogni singolo istante e ogni singola particella contengono così tanta bellezza, che il sistema solare, anzi, l’intero universo potrebbe raccogliersi in essi ed esalare una volta per tutte il suo ultimo respiro.
1.
C’è un’espressione molto particolare, nel Vangelo di Giovanni, che definisce il male in modo ambiguo e interpretabile, e che fa riferimento a Satana come al “principe di questo mondo”.
Giovanni 12,31:
Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo
Giovanni 14,30:
Io non parlerò più molto con voi, perché viene il principe di questo mondo. Ed egli non ha nulla in me,
Giovanni 16,11:
quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato.
Si tratta di un duplice, forse persino triplice rimando. Da un lato, abbiamo la classica raffigurazione platonico/proto-gnostica di Satana come signore e padrone del piano mondano, in opposizione al mondo trascendente. Dall’altro, un’allusione al Cesare, ossia all’Imperatore (romano), signore e padrone fattuale del mondo in cui si svolgono le vicende narrate nel Vangelo. Entrambi i poli interpretativi restano validi e non si escludono l’un l’altro: il potere e l’autorità fattuali contro i quali Cristo si scaglia, d’altronde, non sono che la manifestazione materiale del potere trascendente del maligno. Vi è, tuttavia, una terza possibile interpretazione, che rappresenta una sorta di sintesi delle prime due. Il signore di questo mondo, in quanto principio del male fattosi carne, esprime, al contempo, la tendenza umana a seguire le inclinazioni e sviluppare “attaccamenti” – un termine che prendo in prestito dal buddhismo, ma che risuona ampiamente nel Vangelo, così come nella letteratura cristiana, nelle incitazioni di Santi, mistici e teologi alla spoliazione, al distacco e allo svuotamento. Quando Cristo digiuna nel deserto, di fatto, viene tentato dal Maligno attraverso offerte di cibo, possedimenti, conoscenze e profferte di potere. È in questa occasione che viene pronunciato per la prima volta il celebre detto “Non solo di pane vive l’uomo” (Matteo 4,4; Luca 4,4).
L’attaccamento al Sé, ai beni materiali, ai ruoli sociali, all’autorità, alla tradizione, alle cose, alle persone, alle idee, alle colpe, ai doveri, alle responsabilità e a quant’altro è ciò che, in senso piuttosto letterale, appesantisce l’anima e la incatena saldamente a terra, impedendole di elevarsi. Quando si è in questo stato, si è semplicemente troppo carichi anche solo per dare inizio al viaggio. È la gravitas (virtù non a caso pagana e, nello specifico, latina), termine che indica pesantezza, obiettività e attenzione al dovere. In breve: ristrettezza di vedute. Siamo qui, come ben nota Nietzsche nel suo Zarathustra, nel dominio delle passioni tristi, della repressione, del limite e della negazione.
Chi insegnerà agli uomini a volare avrà infranto ogni limite; i limiti stessi gli voleranno dinanzi per l’aria; egli battezzerà nuovamente la terra chiamandola «leggera».
Verso l’alto: — a dispetto dello spirito che lo tirava in giù, verso l’abisso, — dello spirito di gravità, ch’è il mio demonio e il mio più tristo nemico.
Vi è in ballo, qui, la possibilità o meno di effettuare un passaggio di grado che riguarda tanto il soggetto individuale quanto quello di specie: un processo di redenzione, anzi, di vera e propria santificazione del mondo. Il cristianesimo assegna a ciascun singolo essere autocosciente (non solo umano, in linea di principio) un compito ben preciso: purificarsi, liberarsi dalla colpa originaria degli attaccamenti, divenire leggero. Ascendere in spirito e corpo e, soprattutto, aiutare gli altri a fare lo stesso. Non è un caso se a Cristo e ai Santi cristiani vengano attribuite facoltà miracolose, capaci di negare del tutto le leggi naturali. Qualcosa di molto simile accade quando nel Vangelo di Giovanni (8,1-11) Gesù, sollecitato da alcuni scribi farisei a giudicare una donna adultera secondo la legge, si accuccia a terra per tracciare dei misteriosi segni sulla terra con un bastoncino. La contrapposizione è tra la rigidità della sfera mondana e del mondo naturale, e la levità del sacro e del trascendente.
Ciò su cui vorrei puntare l’attenzione, a questo punto, è la dimensione storica dell’evento Gesù, dei misteri dell’incarnazione e della resurrezione, così come dei Suoi insegnamenti. Un aspetto che già Hegel ha trattato nella sua breve ma incisiva Vita di Gesù, che invito tutt* a leggere. C’è un prima e un dopo Gesù – e non solo nel calendario gregoriano. Una metamorfosi esistenziale, globale e cosmica, unicamente paragonabile all’illuminazione di Gautama. Proprio in rapporto al Buddha, in effetti, la predicazione di Cristo rappresenta l’universalizzazione concreta di un principio astratto. Laddove il primo ha scovato il falso Sé e configurato uno spazio di intervento per l’eradicazione degli attaccamenti, il secondo ha individuato il vero Sé ed esteso la promessa escatologica di salvezza all’intero universo. Ancora più importante: laddove Gautama ha realizzato la scoperta del nulla come realtà ultima di tutto l’esistente, Cristo ha elevato questo stesso Nulla a fondamento.
Se – come hanno dimostrato Freud e Klein – non vi è tristezza senza che vi siano anche autodistruzione, invidia ed egoismo, non c’è miglior cura di realizzare di essere nulla, di essere niente più che una rete effimera, mutevole e contingente di circostanze. Il messaggio cristiano, tuttavia, aggiunge un ulteriore tassello al mosaico, un ultimo pezzo che trasfigura da cima a fondo l’intero senso del disegno generale. Sono nulla in quanto creatura ma nel fondo dell’anima, là dove sono eternamente generato, sono bontà, giustizia e bellezza. Un nulla che non è né questo né quello, che non corrisponde a niente di creato e, anzi, raccoglie in sé e trascende tutto il creato.
2.
Come nelle migliori storie di conversione, si può dire che lo Spirito Santo sia sceso su di me, manifestando i segni della Sua presenza. Ciò che ho visto è un infinito spazio, un tempo sterminato; l’eternità palesata nel vuoto, al di là della natura, al di là del mondo materiale. Un’esperienza interiore, inaccessibile dall’esterno. Ragion per cui la modernità l’ha relegata alla soggettività in quanto ambito fenomenologico dell’allucinazione e, dunque, della superstizione.
Non “cos’è la coscienza” ma “perché esiste la coscienza?” È questa la domanda che abbiamo smesso di porre, trattenuti come siamo dalle dande imposte dalle scienze. E, ancora, perché gli esseri coscienti sono stati e sono tutt’ora in grado di divenire autocoscienti, di distanziarsi da sé stessi e guardarsi dall’esterno come se si trattasse di qualcun’altro?
Abbiamo smesso di pensare il punto cieco e, di conseguenza, siamo diventati incapaci di guardare al Soggetto come al nodo in cui i diversi strati dell’Essere si incontrano, vengono elaborati e proiettati verso nuove traiettorie.
C’è un passaggio, nell’Esperienza interiore, in cui Bataille nota come anche se si raggiungesse, prima o poi, uno stato di sapere assoluto, esso non ci offrirebbe alcuna indicazione sul senso complessivo di questo stesso assoluto. Ecco un’intuizione brillante – compatibile con altre scoperte meravigliose, quali il teorema di incompletezza di Gödel e il “paradosso del barbiere” di Russell. Si tratta di una constatazione utile, in particolar modo, a comprendere il limiti della conoscenza normale, ossia di tutti quei modi di conoscenza improntati alla ricerca empirica, sperimentale, logica, verificazionista, corrispondentista, terminalista o che dir si voglia. Ciò che sfugge a tutti questi tipi di conoscenza, di fatto, è che ciò che viene percepito, esperito o analizzato come un insieme di fatti o uno stato di cose, può, invece, corrispondere a un processo di qualche tipo. Il punto cieco, in questo specifico caso, coincide con la progressione delle specie coscienti verso l’autocoscienza e, da ultimo, con il graduale risveglio dell’intero universo. Ecco di che tipo di miracolo si parla, quando in ambito scientifico si dice che l’universo, la vita e la coscienza sono “miracoli”.
Questo è anche il motivo per cui ritengo che le filosofie nichiliste, eliminazioniste e ultra-materialiste, siano ormai del tutto superate. Io stesso ho sperimentato quanto possano essere sbagliate e nocive queste correnti di pensiero, le quali trascinano tanto l’individuo quanto la società in una palude, al tempo stesso, esistenziale e cosmica. È una questione di “visioni del mondo”, per dirla con Adler. Noi siamo ciò in cui crediamo. E se ciò in cui crediamo ci spinge a lasciar andare in malora la nostra stessa specie e il nostro stesso universo, allora questo è ciò che, senza ombra di dubbio, faremo. Se crediamo che non esistano né Dio, né l’anima, né l’Io autocosciente, né l’astrazione logico-concettuale, allora tutte queste cose continueranno a non esistere. Per noi. Esse, tuttavia, continueranno a esistere in sé e per sé, al di fuori di noi.
È la logica stessa a suggerire che Dio – o l’Assoluto – non possano essere contenuti né all’interno dell’macro-insieme (l’insieme di tutti gli insiemi) che chiamiamo universo, né in uno spazio esterno a esso. Se così fosse, infatti, Dio sarebbe qualcosa di finito, limitato, marginale, di assolutamente-non-assoluto. Al contrario, «[...] Se qualche sconvolgimento cosmico provocasse la fine del mondo, il Non Manifestato [l’Immanifesto] rimarrebbe totalmente privo di conseguenze»; Ciò significa che «Nulla di reale può essere minacciato. Nulla di irreale esiste. Qui risiede la pace di Dio». Il mondo visibile, come spiega la dottrina Sufi, non è che una raccolta di segni del mondo invisibile. È questa la radice della semiosi infinita di cui trattò C. S. Peirce, il quale arrivò anche a comprendere che Dio non è un ente ma un processo performativo che comprende, in primo luogo, le stesse creature.
Si potrebbe dire che l’intera storia del materialismo (dai famosi cento talleri di Kant al non-sapere assoluto di Bataille) abbia finito per trasformarsi nella palestra vivente della spiritualità, ponendo critiche, prove, difficoltà e ostacoli, che hanno finito sempre più per indebolire il primo e rafforzare la seconda. C’è voluta la propaganda del nulla, per comprendere fino in fondo che Tutto è Nulla.
3.
Visualizzo una donna mediorientale in un campo di detenzione alle soglie del deserto. Stringe a sé un bimbo piccolo – più o meno dell’età di mio figlio. La loro pelle, le loro labbra sono screpolate. I loro occhi sono pieni di stanchezza. Hanno fame, sete, caldo, paura, sonno. È difficile immaginare un orrore più grande di questo, qualcosa di più ingiusto e avvilente. La stessa donna e lo stesso bambino potrebbero essere palestinesi, sudanesi, homeless statunitensi o abitati europei di qualche periferia abbandonata. Ovunque il capitale e il suo braccio armato poliziesco tracciano linee di morte e i più deboli, gli emarginati e gli indifesi sono le sue prime (e spesso uniche) vittime.
Ecco il mysterium iniquitatis: la sofferenza che si abbatte sugli innocenti. Sui bambini, che sono puri; e persino sugli animali, i quali sono posti subito fuori dai confini del simbolico. L’esistenza del male reclama a gran voce da noi una spiegazione, ciò che i filosofi moderni hanno denominato “teodicea”. Eppure, già gli antichi teologi e i maestri medievali ci hanno esortato a escludere l’ipotesi, illogica e masochistica, che il male corrisponda a una presenza effettiva, a qualcosa di solido e concreto. All’inverso, dobbiamo sforzarci di immaginare il male come qualcosa di costitutivo, di connaturato al nulla che siamo e che sempre saremo, poiché la materia è corrotta e corruttibile, di per sé esposta al degrado e ai disagi dell’impermanenza. È la grande verità – la prima nobile verità – che accomuna la dottrina buddhista e quella cristiana. Come accade con una ferita che deve suppurare per poter guarire e, perciò, deve restare aperta, è necessario che il mondo materiale passi attraverso un processo di spurgo e di purificazione.
Scrive San Paolo:
[...] Il mistero dell’iniquità è già in atto; ma è necessario che chi lo trattiene sia tolto di mezzo.
Bisogna che tutto ciò che si oppone tale processo venga rimosso, affinché l’ingresso dello Spirito Santo del mondo possa compiersi una volta per tutte. Più la gravitas uscirà allo scoperto, meno il principe di questo mondo sarà in grado di nascondere le proprie contraddizioni, gli inganni, le promesse vuote e menzognere. Tutti i nodi giungeranno al pettine nel momento in cui la mente, liberata dal desiderio egoista del quale è attualmente preda, diverrà consapevole di ciò che lo muove. Proprio per questo, è necessario anche che l’animo si infonda di tristezza. In primo luogo, per la scoperta della falsità, per aver realizzato che non saranno la proprietà, lo status, le gioie dei sensi, la conoscenza e i beni materiali ad assicurare la salvezza (anzi, tutto il contrario). E, in secondo, per la coscienza del dolore causato al mondo e tutti gli esseri viventi da queste stesse falsità.
In uno dei suoi sermoni, Maestro Eckhart afferma che lo spirito rinato nel nulla divino non può essere turbato neppure se tutti i suoi cari venissero radunati dinanzi a lui e giustiziati a sangue freddo, uno dopo l’altro. Questo perché l’uomo nobile è perfettamente consapevole che ogni ente è, in sé e per sé, un nulla, e che ogni cosa risiede, eterna e incorruttibile, nel grembo di Dio.
[...] Tu hai tanta gioia per ciascuna delle opere buone che si compiono in questo mondo, che essa raggiunge la più grande stabilità, in modo da non mutarsi mai [...] E quando sono rettamente trasportato nell’essere divino, Dio diventa mio, insieme a tutto quel che ha [...] Allora ho vera gioia, quando né dolore né tormento possono togliermela, perché allora sono trasportato nell’essere divino, in cui non ha luogo alcun dolore.
Ancora una volta: non si può uccidere ciò che è reale. Il soggetto illuminato risiede nel deserto divino, là dove il processo storico, il tempo e lo spazio, si sono già compiuti ed esauriti. Come afferma Cristo, il regno di Dio è qui e ora, sempre: nell’“in-principio”.
Dobbiamo radicarci in questa consapevolezza e resistere in essa.
Ogni giorno, ci angosciamo assistendo alla nientificazione delle cose e del mondo stesso. Disperiamo nel vedere ciò che amiamo sprofondare al di là del limite assoluto dell’orizzonte degli eventi, e siamo del tutto impotenti a tal riguardo. Ancor peggio, questa stessa disperazione si tramuta, a poco a poco, in terrore. Arriviamo a pensare: “Finiremo anche noi così, cadremo nel nulla”. Il nulla diviene per noi fonte di dolore. È come se la terra stessa si facesse sempre più pesante, fino a raggiungere la densità e la massa di un buco nero: un punto di collasso che risucchia in sé ogni traccia di luce. Come insegna il Buddha, la sofferenza, la malattia, la vecchiaia e, più di ogni altra cosa, la morte rappresentano altrettanti gradi di prossimità a questo abisso – gli stadi di degradazione e decomposizione della materia impermanente.
Per tale ragione Cristo offre a chi lo ascolta un’esortazione a non disperare e, addirittura, a sollevarsi contro questo stato di cose.
Giovanni 16, 32-33
Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia [nella Nuova Riveduta: “fatevi coraggio”]; io ho vinto il mondo!
Ecco perché il Nulla assoluto e trascendente non corrisponde al nulla relativo e trascendentale identificato dal Buddha. Tutto muore ma il Nulla non può morire: in ciò stanno sia la promessa, sia la rivelazione. L’intero messaggio del Vangelo di Giovanni può essere riassunto in poche parole – che possono, a loro volta, sintetizzare anche buona parte del pensiero platonico delle origini: non potrebbe esistere alcun saggio, se non vi fosse, innanzitutto, la Saggezza. Gli stessi parametri che definiscono un individuo saggio sarebbero inaffidabili, arbitrari e altalenanti. La venuta di Cristo, infatti, coincide anche con la rivelazione storica di schiere e schiere di esseri umani e non umani illuminati – al di là dell’appartenenza storica, geografica, etnica e religiosa, dai presocratici ai magi. Si tratta di un feedback positivo, prodotto dal primato della Saggezza eterna e incorruttibile su tutti i saggi mortali e impermanenti.
Perciò io dico: non posso essere figlio di Dio, se non ho lo stesso essere che il Figlio di Dio, e proprio nell’avere lo stesso essere diveniamo simili a lui, e lo vediamo come egli è Dio. Quel che noi saremo, non è però ancora manifesto. Io dico quindi: [...] noi saremo lo stesso essere, la stessa natura e sostanza che egli è, senza alcuna differenza.
Nella partecipazione al Bene, alla Giustizia e alla Bellezza siamo, qui e ora, identici a Dio.
Ancora una volta, dobbiamo pensare alla donna rinchiusa nel centro di detenzione alle soglie del deserto, al suo bambino, al loro dolore, alle loro sofferenze, alla catena di cause e all’origine primigenia di tutte le loro sofferenze. Solo che, stavolta, dobbiamo avere il coraggio di guardare all’abbraccio che li lega, dobbiamo sforzarci di vedere l’attimo eterno nel quale sono per sempre uniti. Là e solo là questa donna e il suo bambino sono immortalati e si sottraggono tanto ai patimenti mondani quanto ai tentacoli del male, agli interessi particolari di esseri umani deviati ed egoisti. In ciò sta la loro bellezza infinita. Ed è per questa bellezza che dobbiamo lottare, come ci esortò a fare Simone Weil. È affinché la sofferenza e le grida di dolore si affievoliscano fino a spegnersi del tutto, e la bellezza possa emergere intatta, che dobbiamo volgerci al nulla di questo mondo e insorgere contro il principe delle menzogne. Forse, come profetizzò Origene, persino l’oscurità e lo spirito di gravità possono essere redenti e ricondotti alla luce. Forse – e me lo auguro davvero – persino la tristezza e l’angoscia possono essere rovesciate.



grazie, Claudio.
"Se crediamo che non esistano né Dio, né l’anima, né l’Io autocosciente, né l’astrazione logico-concettuale, allora tutte queste cose continueranno a non esistere. Per noi. Esse, tuttavia, continueranno a esistere in sé e per sé, al di fuori di noi." Questo è un punto focale su cui ritornare, almeno per me. Oggi leggevo sulla coscienza nel buddismo tibetano e l'importanza di comprendere la morte in relazione ad essa. Poi ho visto un great hornbill. Grazie Claudio, per condividere la tua esperienza insieme ai pensieri.