Delle miserie del lavoro culturale
più qualche altra piccola considerazione di ordine sparsa
Sul recente dibattito concernente il lavoro culturale
Non ho seguito molto del recente dibattito sulla precarietà e fragilità del lavoro culturale – discorso lanciato da uno o, forse, due nomi noti del panorama letterario italiano. Diciamo che non mi sono neppure davvero soffermato troppo sul famigerato screenshot del conto in banca. Questo perché lavoro nel settore da dieci anni e de ‘ste cazzate ne ho viste a pacchi. Chissà perché, a lamentarsi sono sempre quell* che, tutto sommato, stanno messi meglio della stragrande maggioranza dei colleghi e delle colleghe (visto che solo una percentuale inferiore alla decina degli italiani sembra campare solo di questo lavoro). “Meglio”, tuttavia, non significa “bene”; anche guadagnando ottanta mila euro l’anno già da gennaio, riceverli tutti insieme solo a novembre non è esattamente il massimo. Ecco un primo punto molto importante. Eppure…
Eppure, benvenuti nel duro mondo del lavoro autonomo. Si continuano a trattare i vari mestieri (perché, si, ce ne sono tanti e diversi) che compongono il “lavoro culturale” (che poi cos’è? Cosa significa? È un lavoro che fa letteralmente cultura?) come una piattaforma monolitica, sorretta da rider che invece dovrebbero essere assunti, assicurati, pensionati. E invece siamo tutti imprenditori di noi stessi. Nessuno mai ci assumerà a tempo indeterminato. Perché dovrebbe farlo? In che modo ciò andrebbe a nostro vantaggio o a vantaggio della filiera? Una volta che una piccola casa editrice ha uno o due editor interni, cosa se ne dovrebbe fare di un terzo?
Ben altro discorso, invece, sarebbe parlare di rispetto delle condizioni contrattuali. Non rispettare la clausola del pagamento a novanta giorni, infatti, è una pratica piuttosto diffusa. Direi, anzi, che è più o meno la norma. Ancor più spesso, inoltre, specialmente nella piccola e piccolissima editoria – anzi, facciamo pure “esclusivamente” – si tralascia proprio la questione del pagamento.
Il nostro è un settore regolato dalla domanda e dall’offerta: sai fare qualcosa particolarmente bene? Occupi una nicchia? Hai competenze trasversali che pochi hanno?
Nessuno ti deve pagare per il solo fatto che esisti.
Ora, però, questo è solo il lato negativo. Perché quello positivo è di gran lunga più interessante e consiste nell’assenza di legami vincolanti. Personalmente, guadagno poco ma nessuno (a parte la mia compagna, mio figlio o il mio cane) può decidere a che ora mi dovrei svegliare se ho fatto tardi la sera prima. Nessuno può obbligarmi a lavorare se non mi sento bene. Nessuno viene a farmi i conti in tasca rispetto a ciò che ho o non ho prodotto. Sarò povero ma posso stare con mio figlio più o meno quando e come mi pare. Posso svegliarmi la mattina e godere dell’immenso privilegio di giocare con il mio cane in riva al lago. Tutto questo non ha prezzo.
Se le cose stessero altrimenti, la mia stessa costituzione psichica darebbe inizio a un processo di rapida autodistruzione. Ci sono voluti anni per capirlo. Anni nel corso dei quali la gente (compresi i miei genitori) ha provato a convincermi del contrario. Anni durante i quali mi sono sentito in colpa e mi sono visto come un irresponsabile. Finché, un bel giorno, mi sono svegliato e ho visto che non mi manca niente. Ho tutto ciò che mi serve. Ho addirittura scritto un bel quantitativo di libri niente male – e ne ho altri due in cantiere che sono ancora meglio.
La dimensione della felicità e della realizzazione personale è ciò che determina chi siamo. Se i nostri valori risuonano con ciò che facciamo e sentiamo che stiamo facendo esattamente ciò che ci piace davvero fare – e tutto ciò non danneggia in alcun modo nessuno, né noi né gli altri – allora va tutto bene.
È il principio del coaching a orientamento umanistico, un settore che ho conosciuto proprio nel momento in cui, avendo cominciato a stare meglio, ho preso coscienza di voler continuare a scrivere e lasciar perdere tutto il resto. Tutto il resto non mi interessa più, perché, pur aiutandomi a mantenermi, mi ha portato solo infelicità. Mi sono reso conto di tutte le persone che ho aiutato a crescere e a realizzarsi nella scrittura, nell’arte e nel pensiero critico e ho realizzato di poterlo fare meglio e con ancor più soddisfazione. Ho lasciato una traccia nel mondo, negli altri. Questo è qualcosa di grandioso.
Non c’è stipendio né anticipo in grado di sostituire una simile emozione.
Nelle reazioni di tante persone al dibattito ho visto, innanzitutto, un sentimento che ho riscontrato centinaia e centinaia di volte nel nostro settore. Prima di tutto in me. Sto parlando dell’invidia. Il nostro è l’ambito professionale più colmo di invidia – forse ancor più di quelli dell’arte, della moda e delle mostre canine. Non c’è essere più invidioso di uno scrittore (maschio, bianco) frustrato.
Anche in questo caso, di fatto, l’invidia mi sembra strutturata secondo dinamiche esistenziali, piuttosto che economiche. Da un lato, abbiamo i freelance invidiosi di chi gode di uno stipendio fisso nel settore culturale. (Non oso neppure pensare a quanti soggetti di questo tipo ci siano, ma credo che possano serenamente essere ricordati per nome uno per uno). Dall’altro, invece, abbiamo gli stipendiati esterni al settore culturale, invidiosi di chi lavora da freelance in questo stesso settore. Nel mezzo non troviamo i freelance invidiosi di chi lavora a tempo indeterminato al di fuori del settore (una nota che dice molto sia sulla natura emotiva di tale invidia, sia sul lavoro stipendiato in generale).
Per quanto riguarda la prima categoria, personalmente, ritengo che il nostro sia anche un settore pieno di sbruffoni, incapaci, incompetenti e arroganti pretenziosi. Questo, però, non è un mistero. È esattamente questo gran numero di idioti, i quali prosperano solo in virtù degli aspetti relazionali di questa macro-professione, a rendere più arzigogolato il processo di selezione da parte del mercato. C’è persino gente che, arrivata a 60 e passa e dopo aver ricoperto ogni sorta di incarico di rilievo, non è ancora stata scoperta. Da parte mia, sono sempre stato molto invidioso di chi gode di un posto fisso nel settore culturale. Ma, dopo essermi a lungo interrogato, mi sono risposto che non c’è nulla di strano: chi non vorrebbe vivere bene facendo ciò che più gli piace?
La parola chiave, qui, è bene. Tutti, nessuno escluso, persino chi si comporta male con gli altri e con se stesso, desidera ottenere il bene. Non dobbiamo mai dimenticare questa specifica massima socratico-platonica. Se finiamo con il dimenticarcene, infatti, cadiamo subito preda di chi vuole farci sentire in colpa per nutrire il proprio ego. Ed eccoci arrivati al secondo gruppo, quello degli invidiosi con il posto fisso.
Gli invidiosi con il posto fisso sono una categoria speciale, perché rivendicano e difendono la loro scelta non come un fatto individuale o un percorso biografico, ma come una norma, una massima universale o uno standard di sanità mentale. Almeno, nel primo gruppo, c’erano solo dei grandi mattacchioni esaltati, narcisisti ed artistoidi. Qui, al contrario, ci troviamo al cospetto di persone che non riescono materialmente a fare ciò che vorrebbero e che le farebbe sentire realizzate e che, pertanto, vivono la repressione di una serie di potenzialità forti. Non è un caso che siano veramente pochi i lavoratori che, al di fuori del settore culturale, riescono a dedicarsi alla scrittura, ad esempio, in modo continuativo e davvero efficace. Si tratta, di solito, di persone molto perseveranti, disposti a sacrificare la vita personale e familiare.
Eccoci, infine, a un altro aspetto estremamente rilevante: il sacrificio.
Quando, in un posto in cui riprendevo alcuni di questi argomenti e temi, ho parlato di “sacrificio”, ho ricevuto più critiche negative da persone sopra i 40 che da ventenni e trentenni. Questo dice molto riguardo all’eredità culturale che ci è stata consegnata e che, fortunatamente, siamo riusciti a rifiutare. Dopo dieci anni di propaganda sulla necessità di essere mantenuti dallo Stato e di rifiuto del lavoro (che è come dire vivere in galera ed esserne pure contenti), i giovani hanno cominciato a capire che non è la società a pretendere qualcosa da loro, ma che è il loro stesso corpo-mente a implorare di realizzare, ottenere, conquistare, costruire qualcosa.
Immaginate di arrivare a quarant’anni senza aver costruito nulla, senza aver ottenuto nulla, senza passato, senza prospettive. Questa è la più grossa combinazione di fattori che conducono a gravi forme depressive, capaci di pregiudicare la vita stessa di chi ne soffre. Senza opera e senza relazione costruttiva, l’essere umano non sa stare.
Ancor più lampante è il rifiuto dell’idea sportiva di sacrificio da parte degli e delle intellettuali e persone colte di sinistra. L’idea che un atleta o un artista sia disposto a non vedere nessuno per una settimana, a non uscire o a non mangiare per giorni e via dicendo, li fa subito pensare a una qualche forma di imposizione esterna da parte di un “potere”, a una coercizione, a un condizionamento di tipo persuasivo o seduttivo.
Non si arriva a pensare che la realizzazione di sé possa addirittura arrivare a escludere l’essere. Si pensi, ad esempio, al digiunatore di Kafka o all’esempio di Cristo o ai monaci che si davano fuoco per difendere il diritto a insegnare i precetti buddhisti. Ovviamente, quasi nessun individuo colto di sinistra è in grado di capire questo concetto. Ci sarebbe quasi da farci un meme.
L’intellettuale, come nota più volte Nietzsche nelle sue opere, è per eccellenza un animale malato.
Ho imparato, inoltre – questo, si, per la primissima volta — che giochiamo ancora tutt* troppo a carte scoperte. Eppure, avrei dovuto notarlo già dai primi nomi che hanno sollevato la polemica. Tra i molti articoli usciti su blog, riviste, quotidiani e newsletter, molti, infatti, sono state vere e proprie autodifese per risultati o ruoli ricoperti all’interno della filiera. C’è stata gente che si è letteralmente giustificata per insegnare in questa o quella scuola di scrittura o per aver pubblicato con questo o quello grande editore mainstream, adducendo “primi lavori” a tempo indeterminato e arrivando persino a consigliare di trovarsi un lavoro “vero”. Peccato che si siano dimenticat* di specificare che questi “primi lavori a tempo indeterminato” sono proprio nel settore editoriale, ovviamente per grandi editori mainstream.
Anche quando cerchiamo di essere d’aiuto, in breve, continuiamo a fare pasticci, a nutrire vecchi e inutili paradigmi.
Dobbiamo imparare a coltivare la sincerità e l’autenticità e ASSOLUTAMENTE smettere di dare consigli lontani dalla nostra esperienza personale.
Ciò che posso dirvi io, in sostanza, è:
Non date retta a nessuno, fate ciò che vi sentite di dover fare e preparatevi ad affrontarne le conseguenze in primissima persona e, ovviamente, a farvi carico delle vostre scelte.
Come dice il buon Taleb: “skin in the game”. Se non prenderete decisioni basate sui vostri valori, le vostre preferenze, le vostre conoscenze e le vostre autentiche credenze, beh, allora non potrete lamentarvi dopo, quando i risultati saranno solo negativi. Non potete pretendere che un qualche ente esterno (se non i vostri amici e parenti) accorra in vostro aiuto per rimettervi in piedi.
(Ho scritto in passato altri articoli sul tema del lavoro culturale, tipo QUESTO, QUESTO, QUESTO E QUEST’ALTRO.)
Miscellanea:
Ho scritto un articolo per 93% - Materiali per una politica non verbale
Lo potete trovare QUI.
Questo saggio esplora come la pratica di “morire a se stessi” e la tecnica buddista del Tonglen possono dissolvere le barriere tra noi e il dolore, trasformando la morte non in un crollo rumoroso, ma in uno spazio vasto, accogliente e silenzioso — come il cielo.
Mi sono fatto un po’ troppa pubblicità
Ultimamente mi sono fatto troppa pubblicità. Ho rischiato di compromettere la mia voce ma, in compenso, ho imparato a fare una cosa nuova. La cosa più importante è stato accorgersene e correggere il tiro. Ho capito di non avere uno stile o un taglio mio, se non esattamente questa varietà di stili e tagli. Possono muovermi da uno all’altro, poiché la mia vocazione è comunicare concetti, storie e valori.
Devo dire, però, che un po’ di pubblicità me la merito, visto che non ne faccio mai.
Meglio un giorno da pecora che cento da agente letterario
Per una mia battuta sulla scarsa intelligenza emotiva degli intermediari (agenti, editoriali e mediatori) sono stato attaccato da individui che lavorano per grandi gruppi editoriali. Questo non che fa confermare il fatto che ho ragione. Chi sa fare fa. Chi non sa fare media.
Un tè freddo sotto la luna
Il titolo è ispirato a una scena che, secondo l’autore di una recensione a un titolo pubblicato in Intermundia, dovrebbe essere contenuta all’interno del libro. Il problema è che non esiste nulla del genere e che la recensione sia stata scritta con l’ausilio di una qualche intelligenza artificiale.
Leggo sempre più recensioni spudoratamente realizzate con l’intelligenza artificiale. Ciò ha profonde risonanze con l’enorme crisi di competenze e “vocazioni” che sta vivendo questo settore. Non è solo una questione economica ma, primariamente, di interesse.
In fondo, sappiamo tutti benissimo che l’unica cosa che ChatGPT sa fare bere è proprio quella che non dovrebbe fare: il consulente psicologico, l’analista e l’amic* fratern*.
Inforestarsi e sparire per sempre
Sulla questione della famiglia che viveva “nei boschi”, per così dire, alla quale sono stati sottratti i figli, mi sento solo di commentare che, per la sinistra colta, il medesimo metro di giudizio non si applica alle migliaia di famiglie appartenenti a qualche remota popolazione indigena della Melanesia studiata da qualche prestigioso accademico francese.
La verità è che il mondo ha superato ormai da lungo il tempo il bisogno di accademici francesi.
Come poco sopra, l’aspetto più interessante non è quello fattuale. Siamo strapieni di fatti, ne abbiamo da ogni prospettiva, fino alla nausea. A essere davvero notevole è la percezione soggettiva di ciò che DOVREBBE essere fatto e di come questo stesso dovere dovrebbe ,a sua volta, essere eletto a norma assoluta, politica, ideologica, etica e sociale. Insomma, siamo tutti kantiani solo quando ci conviene, quando è massimamente facile esserlo.
Giudicare gli altri con sdegno e disprezzo e sempre sempre sempre un chiaro segno dell’estrema insicurezza che coviamo nei confronti delle nostre scelte e dei nostri valori. Davvero una roba borghese e piccola piccola, praticamente un sintomo di odio di classe reazionario.
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Altro consiglio: lasciate stare un po’ il lavoro culturale e andatevene un po’ in foresta. Va’ che bella foresta:


