Aver cura di sé
Come la piramide dei bisogni ha condizionato (in negativo) le nostre scelte
Questo mese parliamo di un tema popolare e, tuttavia, ancora poco esplorato. Cosa significa davvero “prendersi cura di Sé”? Si può andare oltre al paradigma posto dalla cultura del wellness e del fitness? Ovviamente, si tratta di una domanda retorica. Esploreremo la questione attraverso le categorie del coaching, le discipline di consapevolezza e il pensiero filosofico, interrogandoci su quanti bisogni abbiamo represso e quanti altri abbiamo soddisfatto inutilmente.
Alla base del vasto, frammentario arcipelago che dà forma alla teoria del coaching vi è quello che viene denominato “potenziale umano”. A differenza del potenziale individuale, che muta di persona in persona, il potenziale umano è universale e lambisce in modo trasversale la nostra intera specie (e, chissà, magari tutti gli esseri senzienti). Fanno di parte di tale categoria gli aspetti individuati dall’antropologia e dalla psicologia nel corso di duecento anni di ricerca: il desiderio di autorealizzazione, l’autotrascendenza, la socialità e, in particolar modo, la cura di Sé. Si può persino affermare che, trovando trascurata quest’ultima categoria in un determinato soggetto, in una comunità o in un’intera popolazione, sia del tutto impossibile accedere non solo al potenziale individuale ma anche a tutte le altre sfere del potenziale umano.
Quando il soggetto cessa di prendersi cura di se stesso, smette, al contempo, di coltivare ogni singolo aspetto della propria persona.
Non sto parlando dell’abbigliamento, dei cosmetici o dell’auto che scegliamo di guidare – benché la società odierna abbia a tal punto corrotto l’etica generale da aver spostato i riflettori su tali aspetti superficiali della vita. Prendersi cura di sé significa rispettare, innanzitutto, i tempi e i bisogni fondamentali della nostra specie: il bisogno di riposo, l’alimentazione e l’idratazione, l’attività fisica, l’esplorazione dell’ambiente circostante e del mondo. In seconda battuta, la cura di sé comprende, in modo altrettanto essenziale, il rispetto di sé (l’autostima e l’autoimmagine), la fiducia nelle proprie capacità (autoefficacia), il farsi carico dei propri doveri (responsabilità) e dei propri desideri (autoconoscenza).
Quando tali aspetti della vita quotidiana vengono a mancare, ci sentiamo deboli, privi di energie, confusi, paralizzati, spaventati, arrabbiati.
Questa definizione basilare e aperta della natura umana ha come sua prima conseguenza un rovesciamento catastrofico della ben nota “piramide di Maslow”, il dispositivo propagandistico elaborato negli anni ‘50 dal governo americano – e rigettato dallo stesso Maslow – per manipolare i consumi della popolazione. La piramide consiste di un grafico che stabilisce come l’esistenza umana possa elevarsi da un gradino all’altro solo e unicamente soddisfacendo l’area sottostante: dal bisogno di protezione (avere una casa) si passa all’alimentazione, da qui si sale alla conoscenza e alla socialità, per poi elevarsi al grado guadagni-consumi e, infine, al livello del potere personale.
Ecco, la stessa psicologia positiva (il ramo fondato da Maslow in opposizione alla psicoanalisi) ci informa che tale gradualità è del tutto astratta. I più grandi poeti della storia moderna hanno inseguito l’opera in condizioni di vita precarie. I più grandi atleti e scienziati hanno trascurato la socialità in nome della performance. Quasi tutti, non hanno mai ambito al denaro o al potere.
L’essere umano vive in tempo reale, in uno stato di assoluta contemporaneità, bisogni, desideri e trascendenza.
Obbedendo al perverso schema istituito dalla piramide (simbolo massonico neppure troppo velato), gli apparati pedagogici moderni e post-moderni ci hanno insegnato che esistono step, fasi, passaggi, desideri legittimi e desideri non-legittimi. Ci hanno inculcato che per essere definiti “di successo” bisogna avere una casa di proprietà, una relazione monogamica eterosessuale, una famiglia nucleare, un lavoro stabile, uno stipendio congruo, un gruppo a cui essere a capo. Così facendo, ci hanno privato a-priori della capacità di intuire, distinguere e capire i nostri segnali interni.
Esistiamo affettivamente in uno spazio distorto e diminuitivo.
L’errore fondamentale consiste in un vero e proprio bias introdotto “manualmente” all’interno del nostro sistema psico-cognitivo: l’epistemologizzazione della scelta. Ogni giorno compiamo scelte in base a criteri diadici del tipo vero/falso, giusto/sbagliato, corretto/scorretto, buono/cattivo, adeguato/inadeguato e via dicendo. Tutti questi criteri di diversa provenienza hanno in comune una sola e unica cosa: sono esterni al soggetto, ossia tramandati ed ereditati a livello familiare, sociale e culturale. Ciò non significa che essi non giochino un ruolo storico fondamentale nella costruzione della nostra mente, del nostro carattere e del nostro percorso biografico individuale e collettivo. Ciò che voglio dire è che, quando si tratta di compiere una scelta che investe la nostra intera esistenza, essi sono semplicemente insufficienti e rischiano – in quanto entità memetiche – di pilotarci da fuori contro la nostra stessa volontà.
Ben di rado le scelte che compiamo in preda ai paradigmi memetici sono adatte a noi. Molto più spesso sono o troppo deboli o troppo rigide. L’unico motivo per cui ci abbandoniamo a esse, pertanto, è che ci consentono di appellarci a criteri stabili e riconoscibili e, dunque, di ottenere riconoscimento (o biasimo) immediato nel momento stesso in cui le compiamo.
Per cominciare a prenderci davvero cura di noi stessi, dobbiamo emanciparci da questa tirannia dell’ambiente. Coltivare la consapevolezza profonda dei nostri stati interiori e, in particolar modo, delle sfumature emotive che accompagnano i pensieri e i fenomeni corporei. Arrivare a percepire l’angoscia che causa una certa mansione o una certa persona; la tensione cervicale che induce un certo ambiente. C’è tutto un microcosmo di sensazioni che ci attende a fior di pelle.
Divenire auto-consapevoli significa smettere di fare unilateralmente affidamento su tali polarizzazioni. La scelta non è mai una questione esclusivamente cognitiva. Non tutti i problemi richiedono o possono avere una soluzione. Non tutte le scelte sono giuste o sbagliate. Una determinata scelta, come decidere se trascorrere i prossimi anni vivendo e viaggiando in un camper senza possedere una casa, può farci sentire in tanti modi contemporaneamente, in modo non esclusivo: entusiasti, spaventati, ansiosi, trepidanti, ossessionati, curiosi e così via. Compiere una scelta così radicale può avere molti svantaggi e porre una lunga serie di difficoltà – anche relazionali ed esistenziali, oltre che lavorative ed economiche. Eppure, può essere quella scelta che ci cambierà la vita, magari anche solo per qualche anno; magari, potrà trattarsi di una scelta che ci aiuta a maturare competenze tali da renderci più abili nel nostro lavoro; o, magari, di un percorso che ci arricchirà così tanto sul piano personale, da farci incontrare l’amore della nostra vita.
Non sappiamo cosa ci aspetta dietro l’angolo. Ogni giorno.
Per questo soffermarsi a sentire ciò che una certa scelta fa emergere dentro di noi – nel corpo, nei pensieri e nel cuore – può essere l’unica chiave per arrivare a comprendere se quella stessa scelta fa per noi.
A volte, nel coaching, si sente dire che le emozioni positive sono un indicatore quasi assoluto della positività di una scelta. Personalmente, la trovo un’intuizione brillante.
Siamo in grado di riconnetterci alla nostra interiorità è capire cosa proviamo?
Riusciamo a distinguere la brama di successo e riconoscimento dall’autorealizzazione? La fame di accettazione e appartenenza dall’amore? La voglia di fuggire dalla curiosità esplorativa?
UNA PRATICA GUIDATA
L’auto-narrazione del Sé
Nell’articolo precedente abbiamo smantellato la rigida piramide dei bisogni per comprendere come la cura di Sé non sia un premio da raggiungere, ma un atto radicale di ascolto interiore. Questo esercizio è il tuo strumento di de-programmazione: serve a strappare una situazione reale della tua vita dalle grinfie dei “criteri sociali” per rimetterla al centro del tuo sentire autentico. Prenditi un momento di calma, carta e penna. Segui i passaggi uno alla volta, senza correre.
⏱️ Fase 1: La Mente Logica
Domanda 1: Individua un problema o una scelta che stai affrontando in questo momento della tua vita. Fai partire un timer di 5 minuti e scrivi, a flusso libero, una serie di punti, dettagli o dinamiche che trovi rilevanti in questa situazione.
📖 Fase 2: La Proiezione Narrativa
Domanda 2: Trasforma il problema in una storia. Crea un racconto breve (massimo una pagina) che includa la situazione attuale e tutti i punti che hai elencato nella prima domanda.
Ex: “In questa fase della mia vita mi trovo a dover scegliere tra il lavoro e le mie passioni. Da un lato, sento che cambiare vita mi spaventa. Dall’altro, sento di aver represso e silenziato i miei desideri per troppo tempo, etc.”
🧠 Fase 3: Le Risorse Segrete
Domanda 3: Guarda al tuo passato. Individua un momento che hai già affrontato e superato che ha qualcosa in comune (un’emozione, una sfida, una paura) con la situazione attuale. Cosa ti aiutò a uscirne?
Domanda 4: Torna alle tue relazioni. C’è stato qualcuno, nella tua vita (un mentore, un amico, un insegnante), che ha visto in te qualcosa di prezioso prima ancora che ci credessi tu? Cosa vedeva esattamente?
Domanda 5: Cerca la tua bussola interna. C’è un momento, un gesto o un’attività specifica in cui senti che si esprimono i tuoi veri valori, dove sperimenti una sensazione di totale allineamento e pulizia interiore?
📝 Fase 6: L’Integrazione Radicale
Domanda 6: Ora prendi tutto ciò che è emerso dalle domande 3, 4 e 5 (le tue risorse storiche, lo sguardo di chi ti ha stimato, i tuoi valori più puri). Porta questi elementi all’interno della storia che hai scritto nella Domanda 2 e riscrivila.


